Uno vale l’altro?

Ognuno sceglie come votare e chi. Il modo più originale mi viene detto dalle parti di via Roma: “Io voterò il primo che me l’ha chiesto”.

Una maniera veloce per non fare torto a nessuno. C’è una logica in una scelta simile: è una questione di… culo. Basta fare subito la richiesta di consenso ed eccoci premiati. “Mannaggia, sono secondo…”.

Che terra geniale che è la Sibaritide. Altrove ci sta pure qualcuno che ha l’ardire di chiederti perché deve votarti. Da noi no. Si va veloci alla meta e ci si accontenta di poco. Il caso. O mezza promessa.

Pensa te, invece, la faccia di qualche candidato se quel fatidico perché gli fosse chiesto, terra terra. “Ok, ti voto: ma me lo dici il motivo?”. Oddio, che fregatura. E ora che ci racconto a ‘sto cretino? Vota e basta.

A qualcuno, tuttavia, l’andazzo comincia a stare stretto. E se pure non si fa scappare la domandina del caso, comunque perde la voglia di andare a votare. E così a uno, e poi a dieci, a cento. Fino a mille, infine.

In questo modo cresce il partito dell’astensione. E nessuno sente il dovere di andare a parlarci con quelli che non votano. Contano i votanti, i numeri. Poi, dopo le urne si vedrà. Tradotto: volemose bene.

Alle Nazionali così. Alle Europee come alle Regionali. Alle Comunali. Alla fine non vai a votare manco per il condominio. E ti ci abitui, a non fare più il tuo dovere. Diventa quasi un modo per sentirti più libero. Del resto sono tutti uguali, tutti uno schifo. Nessun voto per questi.

Basta poco. Finché… altri fanno il bello e il cattivo tempo anche per te. E accade, stanne sicuro: un giorno succede eccome. A qualcuno è successo per la fusione che non volevano. Ad altri chi sa quando e come.

Per cui, riflettici: sei davvero tanto libero, fregandotene della tua vita?

(Sibaritide, 12 maggio 2019)

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