Se a morire è un mafioso

C’è un ricordo. Un gruppo di persone bloccate prima della ferrovia. C’è chi parla, chi ride. Altra gente piange.

Quelle persone sono dei giornalisti. E li blocca chi sta ultimando gli accertamenti di rito sul luogo di un delitto. Sotto la ferrovia si apre un serpente di asfalto che va alle campagne tra Corigliano e Sibari: e lì hanno accoppato due uomini. Uno è un personaggio eccellente della malavita locale.

I giornalisti parlano con gli agenti. Ci scappa pure qualche battuta. È il lavoro, con i suoi tempi e le attese. Dalle redazioni martellano per sapere “quando ci vuole ancora”. È un giorno come tanti e passerà in fretta come gli altri. Ma non per tutti: perché dall’altra parte della costa qualcuno non scherza.

Al posto di blocco lato collina, ci stanno i parenti dei due ammazzati. Per loro la cronaca spicciola non conta niente. E quei due per terra non sono nomi o condanne pregresse, sono sangue. E ricordi, e affetti, e sogni. Sono padri e mariti. Sono dolore. Perché pure i malavita hanno una famiglia e una vita oltre i propri reati.

A questo ricordo ci ho pensato tanto nelle ultime settimane. Specie dopo che AltrePagine ha pubblicato il ricordo anonimo dell’amica di un altro, recente, morto ammazzato delle ‘ndrine. Ci ho pensato soprattutto quando tanti hanno censurato il direttore Buonofiglio, quasi accusato di essersi fatto addomesticare da qualcuno. Che accusa assurda e squallida, specie perché pensata ai danni di un cronista che da tempo subisce minacce da parte di certi boriosi capetti della mafia nostrana.

Chiariamoci subito: la mafia resta una montagna di merda. E i mafiosi vanno tutti arrestati, conta solo la gente onesta. Punto. Tuttavia, mi chiedo: sotto un profilo di dignità umana, un ndranghetista morto la merita un po’ di pietà? E un omicidio, specie se di una particolare efferatezza, può generare comunque una doverosa, pubblica indignazione? Oppure viviamo una guerra senza quartiere in cui ci siamo noi e ci sono loro e fanculo ogni straccio di umanità?

Me lo chiedo e non ho risposte. Non so darmene. Grazie al cielo, poche ore fa il presidente Mattarella ha esorcizzato un certo populismo per cui sei un buonista fine a se stesso se ti fai certi quesiti, se coltivi simili dubbi. Allora posso respirare e pensare, riflettere. Posso dare un senso alle parole di mia nonna, per esempio: “Siamo tutti figli di mamme”. Posso ricordare la sua voce e cercare di capirne il senso. Il resto non lo so.

Ma so che certi silenzi non mi piacciono. Né quando sono omertà mafiosa né quando sono ringhio disumano. Chiunque sia la vittima o il sicario, al di là perfino delle scelte più sbagliate possibili operate da ognuno di noi. In nome di quella pietas che ci fa uomini e non bestie. Se no siamo tutti uguali, noi come loro. Ed è giungla. Cimitero di valori. Negazione di ogni dignità possibile.

O no?

(01.01.2019)

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