L’essere mafiosi

Terza A, Cirò Marina: i ragazzi mi chiedono cosa sia la mafia. Forse è solo la voglia di risparmiarsi l’ennesima ora di Italiano, che è pesante, a spingerli sul sentiero di un simile interrogativo.

Intanto però alzano il dito in un paio e ripetono: «Professò, ma poi cos’è ‘sta mafia?». Posso archiviare tutto senza grandi danni, recitando la solita formuletta sulle origini della ‘Ndrangheta, sulla sua potenza economica, sull’omertà, sulla legalità che soccombe… oppure posso fare sul serio. 
Del resto Cirò non è poi così lontana dalla mia Sibaritide. Anzi: se uno si addentra nelle analisi relative al malaffare, ecco che i due territori risultano da sempre legati tra loro a doppia mandata. Allora si può fare qualche esempio di uno delle due aree nella convinzione di fare del bene anche ai giovani dell’altra. Ogni storia sembra uguale, lungo questa accidentata costa jonica cosentino-crotonese. Ogni personaggio usa lo stesso linguaggio, gli stessi metodi. 
Cos’è, dunque, la mafia: o meglio, l’essere mafiosi? 
Uno pensa subito ai morti ammazzati. O al pizzo. Alla lupara bianca. I più smaliziati vanno un po’ oltre e scomodano certi legami con la politica e il mondo degli affari. Al limite si giunge fino al campo minato degli inquinamenti finanziari. Chi sa davvero non può fermarsi a un’analisi tanto superficiale. 
Chi è stanco di chiudere gli occhi deve dire la verità ai ragazzi di questa nostra Calabria disperata. Deve raccontare, per esempio, che la mafia è innanzitutto una cultura. Certo, una cultura diversa da quella tradizionale. Ma pur sempre una corrente di pensiero, in qualche maniera una filosofia. Spicciola, si. Eppure tale. 
È un modo di esistere. Per tanti, è il mezzo stesso di arricchirsi e di prendere potere. È lo scudo sotto cui celare le debolezze della propria famiglia o della propria azienda. Il ventre materno dove riporre segreti o mire indicibili. Perché i veri mafiosi non sono quelli che sparano. 
Quelli sono i picciotti. Uomini d’onore, dicono loro, che promettono fedeltà alla ‘Ndrangheta giurando con una immaginella sacra nei palmi delle mani. Già, la religione: chi dimentica il suo ruolo in questa vicenda nostra meridionale, non vuole davvero venire a capo della questione. 
Non vuole aprire gli occhi. Guardare in faccia lo sterco che ci sta all’ombra dei troppi altari sempre pronti a battezzare per «persone perbene» i peggiori affaristi e criminali della Sibaritide del 2009. Uominicchi di sciasciana memoria ma che, lo stesso, alla fine emergono. E decidono il bello e il cattivo tempo per tutti. 
Non è difficile riconoscerli. Spesso si accompagnano tra loro, si cercano. Ci sono santocchiari cocainomani, politicanti corrotti, delinquenti arricchiti avvezzi a ordinare vendette trasversali, sedicenti potenti che ti mandano a minacciare – senza fare il tuo nome, però – da gente comune che ha il solo difetto di non saper usare le stesse, spregevoli armi. E poi saltimbanchi indebitati fino al collo, pennivendoli senza attributi e finanche alcuni autoprocalamatisi cornuti pubblici. 
L’essere mafiosi è uno stile di vita, del resto. Non importa chi sparerà, quando ce ne sarà bisogno: ciò che conta è preparare il terreno, renderlo fertile alla semina continua di mafiosità diffusa. Far desiderare agli onesti le facciate e le maschere dei disonesti. Incancrenire il Sud. 
Già, ma ora come gliela spiego tutta ‘sta cosa a dei ragazzini di terza media? «Allora, professore…»: il silenzio per un attimo accompagna i mie pensieri. Ho paura della mia stessa terra e vorrei che questi miei alunni vivessero in un’altra Calabria. Aspetto la campanella. Aspetto: non so più che dire…

(28 settembre 2009 – il piccolo del mezzogiorno n. 246)

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