Pietra

Sono calce viva e bruciano l’Anima, i Versi di Lorenzo Curti. Respiri che parlano un lessico garbato.

Il professore Curti va annoverato tra gli intellettuali (gli ultimi?) della Calabria Citra. Coltiva le passioni proprie di questa particolare fauna di Uomini meridionali: la Poesia, le radici storiche. E poi legge: si perde tra gli scaffali della libreria di casa sua: con un pizzico di entusiasta civetteria, condivide con i lettori l’ultima lettura. E da lì sempre riparte per il nuovo viaggio nella Scrittura.

Uno di questi viaggi è vecchio soltanto di un anno e vive per i tipi (come si diceva in un tempo bello e lontano) delle Edizioni Del Faro. Parliamo di Non di pietra è la mia terra, l’ultima raccolta di Poesie del nostro Autore. Sono tre le tappe in cui a volte inciampa il passo del nostro: L’arpa del vento ci fa immaginare la Morano di Curti che non china il capo al Tempo che scorre ululando tra Passato e Presente. Le Cose minime sono un felice espediente per non farci sentire il peso delle riflessioni dello Scrittore, esplodendo in echi di gridi acuti che un po’ ci stordiscono e un po’ ci spingono al di là della pagina. Infine, nell’apparente Nulla oltre l’amore, rivive l’eterno legame con la Letteratura Classica, in un racconto del Sentimento che invoca la forza di chi sa fare i conti con la fragilità del reale e dei suoi stessi sogni.

Lorenzo Curti sa scrivere, punto. Non sciorina conoscenze mnemoniche, non scomoda manierismo contemporaneo. Non mette assieme righi tranciati di netto per scimmiottare metriche buone soltanto a conquistare i favori del pubblico di questa o quell’altra piattaforma Social. Curti sa come limare il Verbo, come ricercare la figura retorica. Addomestica il groviglio di inchiostro che sfugge alla sua ispirazione e non si cura di piacere ai più, di essere appieno comprensibile. La Poesia è Arte piena e finanche, giustamente, élitaria tra le sue mani. Guarda il mondo che vive ogni giorno e lo ri-definisce con un nuovo dizionario.

Nella giungla di fotografi, giornalisti e poeti della domenica che troppo spazio si stanno prendendo nelle nostre Periferie senz’alcun merito, Curti è qualcos’altro. La pietra della sua terra non è solo il confine materiale del Sud che racconta: è la malta cementizia con cui assembla, ciottolo per ciottolo, le mura della Poesia patria di chi ha il senso di ciò che dice. La sua Calabria non esiste, sotto quest’aspetto: è un’Itaca a cui è arduo approdare, ma non impossibile.

Lorenzo Curti ci riesce: pure se forse è solo la sua illusione, come la nostra, quella di raggiungere un porto sicuro, infine, in cui ritrovarsi. E sentirsi Dei.

Mi chiamano stagioni e canti

mi tengono per mano chimere

che seppi d’una solida natura,

ch’ebbero fuochi sotto lo sterno

e voglie, parole e tremebonda

luce tra pupille arroventate

al color bianco della bellezza

e del soffrire, del nudo vivere.

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