Mezzogiorni d’Italia

Ci sono tante Italia. E nel Sud, pure di più. Il viaggiatore non superficiale se ne accorge subito, passando di borgo in borgo.

Cambia la pietra usata con la calce viva nelle mura delle case e delle chiese: c’è quella lucida delle gole appenniniche lucane, quella delle fiumare aride di Calabria. C’è il tufo salato delle Gravine pugliesi, c’è il sasso lavico del Napoletano o dell’Etna. I paesi cambiano di colore. I vicoli diventano a volte serpenti di ciottoli marini, altre volte si distendono con più dolcezza negli ampi spazi chiari delle piazze.
Anche i volti della gente cambiano. I capelli biondo-svevi delle Palermitane si colorano del fuoco aragonese lungo lo Jonio tarantino, fino a scurirsi nella memoria borbone delle fiere femmine della Campania. Gli uomini parlano mille lingue, più che dialetti. Declinano il greco in ciò che resta delle colonie ateniesi sul mare, oppure il latino delle dimore nobili di Roma Antica sulle colline tra Paestum e Pompei. Ogni invasore ha lasciato un po’ del suo vocabolario a queste contrade. O un po’ della sua etnia.
C’è tanta Africa nei visi bruni dei bambini di Reggio Calabria. E tanto Oriente respira nelle tradizioni quotidiane che fanno a pugni finanche con i più sacri precetti delle festività cattoliche. I Francesi hanno lasciato qui la fierezza dei loro condottieri napoleonici: gli Spagnoli ancora vivono nella spensieratezza di certe tarantelle. Sono arabe le piante circolari di certi borghi ieri fortilizi e oggi dormitori di anziani che aspettano l’estate per riabbracciare i giovani del paese. Masticando peperoncino e silenzi.
Nel Mezzogiorno il campanilismo è figlio di queste diversità. La Storia ha passeggiato per i vicoli meridionali e a ogni crocicchio ha raccontato una leggenda dal sapore verosimile. La Natura ha fatto il resto. Il Sud è una cartina geografica impazzita, con una morfologia spesso senza un senso logico. Ti lasci alle spalle gli ombrelloni e in venti minuti stai a mille metri sul mare. Guardi l’Adriatico di fronte a te ma ti basta voltare il capo a destra ed ecco che è già Jonio e ti perdi fra le onde che arrisero ai primi coloni elleni.

FASCINO MILLENARIO. Il Sud è questo. È terra di continue scoperte. E di Voci millenarie che affascinano le genti da generazioni. Pier Paolo Pasolini tornava dalla Palestina: vi aveva cercato invano la giusta location per un film sul Vangelo. Ma nulla, l’Israele degli anni Sessanta non conservava più un solo angolo che ricordasse il palcoscenico in cui era vissuto, aveva predicato ed era morto Gesù. Deluso, Pasolini aveva deciso di ritornare in Italia. A Roma avrebbe deciso che fare: magari, si poteva ovviare negli studios di Cinecittà.
No, c’era una magia da vivere prima di tornare nella Capitale. Qualcuno infatti consigliò al poeta di fare una capatina a Matera. Ed eccola la Palestina ormai scomparsa in Israele: nel tufo delle Gravine lucane abitavano ancora migliaia di Materani. In quelle abitazioni scavate nella roccia gialla della collina respiravano tutti assieme i contadini locali e le bestie con cui tiravano a campare. Un acre odore di paglia, umido e sterco accompagnava l’esistenza di quella muta plebe dell’Italia del boom economico.
La Gravina è una incisione profonda fino a un centinaio di metri nel panorama carsico delle Murge pugliesi. Le sue pareti spesso si squarciano in grotte più o meno ampie usate da secoli come porcilaie, ovili o ricoveri dei pastori. A Matera si è andato oltre: la versione lucana delle grotte carsiche diventa casa. In ampi spazi comuni ci dormono madre e padre, figli, l’asino spesso, il bue a volte. E poi l’immancabile capra per il latte, la gallina per le uova e un po’ di carne ogni tanto. È un presepio povero, senza luce e senza aria.
Pasolini se ne innamorò. Qui trovò la location per il suo film su Cristo. Qui trovò gli attori, qui i suoni d’una Palestina tutta italiana. Nel bianco e nero del suo Vangelo si incarnarono secoli di apparente nulla. E sgomitarono nel Mondo per farsi conoscere. Proprio mentre l’Italia investiva denaro pubblico per costruire la nuova Matera di cemento armato e asfalto, quella antica gonfiava il petto d’orgoglio. La Matera dei Sassi diveniva patrimonio universale. Così l’avrebbe riscoperta Mel Gibson per la sua nuova Passion.

TERRE DI BRIGANTI. Quella della Basilicata è gente orgogliosa. Se le chiedi l’origine del nome più antico della regione, Lucania, ti racconta di filologie greche che scomodano la Luce o altre amenità del genere. È una bugia. I Lucani sono Lupi, “Lukoi”. Sono fieri abitanti dei boschi del Pollino, la parte di Appennino calabro-lucano diventata Parco nazionale ma mai decollata del tutto. Conoscono il rigore del clima e non se ne fanno intimidire. Sono gelosi dei loro segreti ma anche capaci di raccontarli tutti al primo forestiero che li sa far parlare.
Verso la Campania, a nord della regione, c’è il Vulture, zona di vulcani dormienti e di terremoti. I laghi vulcanici della zona di Monticchio lo scuotono, a volte: allora è l’Irpinia campana a pagare dazio, pure nel modo più drammatico come nel 1980. I Lucani ci convivono. Quando la terra trema muovono le spalle e prendono tutto con filosofia: “La Montagna è arrabbiata”, spiegano. Poi tornano a vivere come sempre. È gente coraggiosa, questa. Battagliera. È terra di Briganti, questa. Qui è andata in scena l’epopea di Carmine Crocco: l’eroe popolare dei contadini locali, il bandito per i bersaglieri del nuovo Regno d’Italia.
La Storia ha scandito capitoli particolari, da queste parti. Anche l’unificazione italiana, qui, te la raccontano a modo loro. Altro che eroismi garibaldini: per il Vulture si è trattato di una invasione bella e buona. I Piemontesi sono arrivati senza che nessuno li volesse e con le armi hanno intascato più tasse degli stessi Borbone di Napoli. La gente del posto ha cercato di difendersi dai nuovi soprusi e si è organizzata in bande. In questo angolo di Sud, così si canta il Brigantaggio. La memoria di certe retate trasformatesi in tragedia fa ricca la Storiografia locale.
Questa è terra di Tradizioni orgogliose. Di Gastronomia semplice. Si beve vino rosso scuro come il sangue dei contadini che ancora sfidano la Montagna. Non i giovani, però: questi ultimi, quando non riescono ad acciuffare l’ultimo posto fisso ancora a disposizione, partono per il Nord. I vecchi restano ad aspettare l’estate, la stagione che segna il ritorno nei paesi di chi è emigrato altrove. Allora ognuno sfida il resto della compagnia nel raccontare i propri ricordi. Ed è, sempre, Epica popolare.

MARI DEI GRECI. Verso il Mediterraneo, la collina si stempera un poco e scivola dabbasso meno aspra. Ma non nel versante tirrenico: qui arriva violenta in prossimità della costa e si tuffa nel sale con le rughe di calcare e roccia che tanto ricordano il Cilento o la Penisola Sorrentina della confinante Campania. Dalle case di Maratea si vede quando il Sole, a sua volta, va a fare il bagno a mare. Qui, gli antichi pastori si sono trasformati in operatori turistici. Ma senza inventarsi nulla di particolare, guardando soltanto in faccia la loro Storia senza vergognarsene.
Sullo Jonio è diverso. La pianura sgomita con le colline e disegna, infine, ampie distese coltivate, per lo più, a fragole. Le Tavole Palatine di ciò che fu Metapontum rammentano quanta passione ebbero per questi luoghi gli Ateniesi classici. Oggi, al loro posto, ci sono gli ombrelloni dei villeggianti baresi e tarantini. La sabbia jonica ha ispirato gli investitori turistici di mezza Italia che l’hanno cementificata in forma di villaggi attrezzati sul mare o nuovi insediamenti abitativi a mezza costa.
Il resto è una spalmata di serre e capannoni agricoli. Qui ancora non è arrivata l’invasione dei pannelli solari che già, invece, sta colonizzando la vicina costa cosentina, secondo i moderni desiderata di Sua Signoria la Ndrangheta. Qui restano padrone le vecchie casa coloniche volute dal Ventennio fascista: alcune sono state trasformate in spartane villette bianche in mezzo alla campagna. Le altre sono ancora il regno del trattore. Ma pure esse passeranno di moda, piano piano.
Le nuove generazioni vanno ad abitare nelle palazzine di Policoro. Riempiono i tetti di antenne paraboliche e hanno due auto in garage. La spesa la fanno nei centri commerciali della Puglia che, da qui, dista pochi chilometri. Studiano a Bari o Roma, conoscono poco Potenza e a Matera ci vanno soltanto per sbrigare qualche pratica burocratica. I giovani vivono su Facebook e scaricano musica “a manetta” da internet. Sognano di partire, come lo sognano tutti i giovani del mondo. Tanti lo faranno davvero.

Tutti quanti si ritroveranno nelle piazze che li hanno visti bambini ad agosto, ogni anno a venire. Lì si fanno i conti con la Vita, oggi come ieri. C’è chi festeggia e chi mastica amaro. Chi racconta di aver fatto chi sa quali fortune e chi si accontenta di ascoltare e basta. In tanti sono diventati vecchi così e a tanti altri toccherà la medesima sorte. Il lupo che lascia la Montagna e accetta il sole della Marina, alla lunga diventa più mansueto di un qualsiasi animale domestico. È quanto accade agli indomiti Lucani che si abbandonano al canto dei flutti cari ai Greci che furono.
Nelle piazze passa il Tempo qui, in questo modo. Ed è un lento morire dei sogni e dei furori giovanili. Si gioca a carte, si beve birra e si fuma. Alle donne non è permesso disturbare quest’equilibrio di Spazio e di Tempo. Solo gli uomini possono testimoniare la Storia di questi vicoli, qui. I più vecchi di tutti parlano di vicende personali o collettive che hanno dello straordinario, a volte. Per esempio, raccontano che sono stati i Calabresi ad ammazzare Gesù Cristo su ordine di Ponzio Pilato.
Ma questa è un’altra storia.

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