Scusate la lunghezza dei Ricordi

C’era una volta la Scuola. Vi aleggiava, eterno, un odore acre come di varichina. Era soltanto il detersivo economico usato, in dosi industriali, dalle bidelle. Ti ci abituavi subito e manco più ti dava fastidio, alla fine.

La campanella era l’unica voce permessa oltre quelle dei docenti. Crescevamo nelle foto di classe, per lo più in bianco e nero: schierati di anno in anno senza un sorriso, “seri e compunti” – come si diceva allora per rendere orgogliosi mamma e papà.

C’era una volta la Parrocchia. Quando il Tempo cominciò a regalare qualche mollica di novità, cominciammo a trovarci pure un televisore di seconda umana e non soltanto il solito biliardino. Zì Prete dispensava litanie e ceffoni dietro la nuca dei più indisciplinati. Allora, bastava poco per buscarsi la classica “palìata” e se ti andavi a lamentare a casa, prendevi pure il resto. Dio ancora frequentava le canoniche, si sedeva sulle sue sedie di paglia e ascoltava le chiacchiere di tutti.

C’era una volta il Vicolo Con un po’ di fortuna esplodeva d’improvviso in una piazza appena dietro l’angolo. Era il regno dei panni stesi, il paradiso dei pomodori messi a seccare. Tutti i rumori delle case presenti ai lati finivano in questo imbuto e giocavano a nascondino con gli odori forti delle cucine. I ragazzini rincorrevano il vecchio “SuperTele”, il pallone di plastica economico tanto leggero da essere conosciuto col nomignolo di “Vola-Vìnt”. Il progresso ci portò il “Supersantos”.

C’era una vota la Famiglia. Con i suoi orari, i suoi riti e le regole uguali per tutte le case. Tuo padre ti guardava e dovevi “capire” da te che ordine partisse dalle sue pupille. Le madri avevano modi più spiccioli: quando c’era da far capire “come andavano le cose”, ecco che veniva disturbato il fidato battipanni di legno e giù di santa ragione, perché “chi ti vuole bene ti fa piangere”. E le mamme di un tempo ne volevano pure troppo, di “bene”, ai loro figli.

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Le cose cambiano. Tutto cambia. Chi può illudersi che il Tempo possa fermarsi? Pure nelle nostre Periferie il Nulla non resta quello d’un tempo, si “evolve”. Al deserto di prima si aggiunge nuova sabbia e le dune in cui siamo condannati crescono in altezza. Se poco avevi ieri, niente terrai domani. È un destino strano, il nostro. Ma è questo e ci dobbiamo fare pace. Noi ci siamo abituati, non protestiamo neppure più di tanto. Siamo spettatori delle nostre macerie e amen. In buona pace di Dio.

Tra i monconi polverosi del poco che avemmo e che fummo, ci sono i vecchi banchi scolastici, i fogli sporchi dei messali colorati, le pietre salate dei centri storici, le tovaglie sporche di sugo “finto”. La Scuola è un fastidio quotidiano e nulla di più, la Parrocchia è spesso un cartellino mondano da timbrare per gli altri, il Vicolo sa di vecchio, la Famiglia di dovere lontano. I ragazzini crescono con ciò che sanno inventarsi da soli, per strada o sul pc. Sono orfani.

C’è una nuova Solitudine che morde le carni delle nuove generazioni. Un Silenzio assoluto che si annida nel caos delle troppe musiche e voci e rumori che ci assordano. C’è un Tutto che non sappiamo raccontare, che ci regala ansia. Cos’è che ci manca, quale discorso non stiamo più facendo? Un verbo, un nome, una virgola… rileggendo il respiro quotidiano c’è sempre un paragrafo stonato, un capitolo scritto male, che uccide la nostra comprensione. C’è una parola mancante, ma quale?

Ci mancano i battipanni in legno. Non i loro lividi, non il dolore. Ma quell’odore di lavanda e di case pulite. Quelle parole sommesse e quei discorsi “da grandi”. Ci manca Zì Prete e le sue incazzature quando non gli rispondevi se “pensavi certe cose e ti toccavi”. Manca il pallone leggero che finiva contro qualche finestra e allora erano dolori seri. Che fine avranno fatto i pomodori messi a seccare? In paese ora le porte sono tutte sbarrate. E chi ci vive parla rumeno e puzza d’aglio.

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Basterebbe una partita a biliardino. Due contro due e attenti che se colpisci troppo forte la pallina, quella salta fuori dal campo e ti finisce in faccia. Basterebbe una partita di pallone in bianco e nero da vedere tutti assieme su quel televisore vecchio. Già, basterebbe poco. Ma chi ha voglia di vivere accontentandosi, oggi? Pure da noi, nel deserto che ci opprime, tutti che corrono, che si danno un tono “altro”, che si atteggiano ad americani. Pc & patatine, coca cola & drink.

Mia nonna era vedova e si organizzava da sola in campagna. Andava a chiamare la solita squadra di “scannatùr” ed era grande festa sotto il carrubo. Lei stessa andava a prendere il maiale e quello, ignaro, la seguiva come fa un cagnolino fedele. Lo prendevano per le zampe e lo issano sul tavolaccio del supplizio. Soltanto allora, la povera bestia comprendeva di essere stata “tradita” ma era  troppo tardi. Il coltello affondava nella gola e il sangue colava rosso come il vino “di casa”.

Mia nonna perse il marito che era ancora una ragazzina. Non si levò più il lutto. Solo una volta fece una eccezione. Quel giorno eravamo a Pompei per la prima comunione mia e di mia sorella. Lei indossò delle calze di colore grigio sotto la solita tunica nera. Faceva un caldo che squagliavano le pietre della piazza. Ma lei se ne stette tranquilla come se nulla fosse. Era festa, quel giorno. Chi sa se ci fosse stato suo marito, pensava, chi sa come sarebbe stato. Sorrise.

Non si sorride più per così “poco”. Pensare è fastidioso, ricordare è inutile. I ragazzi non leggono, non hanno tempo e manco voglia. Troppi colori attorno, troppi suoni. Il Mondo è così vicino nei cellulari e nei computer, il Mondo è così rumoroso nelle radio e negli mp3. Non ci sta nulla da immaginare, tutto è così presente, così evidente e manifesto. Come? C’è stato un periodo in cui la Tv era in bianco e nero? Ma dai, non è possibile, è tutta una fesseria. Il Passato non esiste più.

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Forse è tempo di una nuova Storia. Non quella di Giulio Cesare e Garibaldi. Non quella delle grandi battaglie e delle invenzioni straordinarie. No, altro dobbiamo insegnare nelle nostre classi stanche. Del Senso della Vita, dobbiamo parlare. Delle Piccole Cose che fanno parte del nostro Dna, dobbiamo scrivere sulle nostre lavagne nere. Va spiegato cosa sia la Memoria d’un Popolo, anche di quello più anonimo e sconosciuto. Chi fummo e cosa sognammo: svolgimento.

Cercasi genitori. E stavolta il Sangue non c’entra nulla. Un esercito di neo orfani frequenta i ruderi dei vecchi Vicoli. Un chiasso muto non racconta più alcunché. Chi avrà pietà di questo Inferno in fieri? Quale Voce avrà compassione di questo moderno lazzaretto e narrerà ciò che è stato e che ci manca? Una parola manca ai discorsi attuali, poco importa che sia un verbo o una virgola. Quale penna saprà ritrovarla e riproporla? È questa la vera sfida. Questo il Respiro che ci manca.

Un nuovo Vicolo. Ci vuole come l’aria nel mare di cemento che ci strozza. E poi un  pallone, un po’ di sedie di paglia. E la voglia di ridere mentre si parla al Vento. Senza pensare che “è tempo perso-a che serve?”. Piccole Cose, l’orologio che sbadiglia. Uno che chiede, l’altro che risponde. Gli orfani che riscoprono il sapore di far parte di qualcosa di più grande. Una comunità che ritrova il proprio orgoglio e che non si nasconde più, che ha coraggio. La Voce, infine. Il Silenzio che diventa Vita.

(19 aprile 2012 – facebook)

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