Ici Paris.1 – La dolce confusione

Ho lasciato in aeroporto il mio I Pad. Nemmeno all’interno del Charles De Gaulle, ma su un carrello dei bagagli all’esterno, dove si aspettano le navette che in un’ora ti portano a Parigi.

Diavolo, la fretta mi ha tradito e ho dimenticato il mio fidato tablet alla mercè del mondo. Corro verso l’autista e scendo dal bus. Abbiamo già percorso quasi tre chilometri di autostrada. Ma che me frega?

Sono abituato a farmi delle scarpinate a piedi. Né mi spaventano i clacson delle auto che mi sfiorano correndo al contrario di come faccio io. Devo almeno tentare di recuperare il mio computer portatile. Arrivo, comincio a girare per i Gate. Chi si ricorda più da dove ho preso la navetta, qui le uscite si somigliano tutte. Non ce la posso fare. Qualcuno starà già giocando con il mio tablet.

E invece no. Nel ripiano alto d’un carrello solitario, eccolo. Direte: a Roma col piffero che lo avresti ritrovato. E lo penso anche io quando apro la custodia e mi assicuro che tutto funziona per il meglio. Giusto il tempo di aspettare la prossima navetta ed eccomi sul bus. Altra gente sale a bordo e i minuti passano. A questo punto mi giro di nuovo verso dove ho ritrovato il mio tablet e mi passa ogni romanticismo.

Ma quale RomaParigi o Gerusalemme. Ho avuto solo culo. Sì, culo. Un nugolo di ragazzini invade il marciapiede. La maggior parte di loro non ha ancora festeggiato – si fa per dire – i dodici o tredici anni. Sono di etnia Rom, scuri come lo smog causato dalle auto in quell’angolo del De Gaulle: le loro mani, frenetiche, frugano tra i carrelli appena usati dai passeggeri. Ciò che trovano se lo portano via.

L’ho scampata bella. E mentre ci penso ancora, eccomi all’ombra dell’Opera. Ci vuole un’ora buona ad arrivare a Parigi dal suo aeroporto principale. La corsa costa dieci euro e spesso ci si arena nel traffico caotico all’ingresso della Capitale, dalle parti dello stadio dove giocherà Ibraimovic. Ma nessuno se ne lamenta e a me vie da ridere pensando a certe crociate joniche per l’aeroporto a Sibari.

Parigi è come te l’aspetti, una città… francese. Nella sua architettura ci sta tutta la sua grandeur imperialista. Tuttavia, non siamo a Londra. Questa è una città latina e chi viene dall’Italia si sente subito a casa. E forse non è un bene. Un sano caos regna ovunque. Un esempio per tutti: ci sono i Magazzini Lafayette, nel cuore della omonima Rue, due enormi palazzi dov’è in vendita il lusso più sfrenato. Ma davanti gli ingressi, ecco un oceano di bancarelle e clochard.

Qui non ti chiedono mai i documenti. «Pas Carabinerì», scherza l’uomo della reception dell’hotel. Ma la cosa vale pure se usi la carta di credito. Il traffico è molto… romano, occhio a quando attraversi, pure se hai il verde. E quasi tutti parlano solo francese, al limite bazzicano un po’ di inglese. Però sanno fare la pizza, pure se è cara. Sì, siamo quasi a casa. Soltanto il meteo grigio è diverso. Bonne nuit.

(24 luglio 2012 – facebook)

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