Le estati in cui c’era la luna

Ricordo certi vecchi discorsi consumati d’estate davanti le porte delle case vicino la piazza del Comune, a Trebisacce.

Si stava in uno dei primi rioni della cosiddetta Marina, quasi all’ombra del millenario Bastione. Quando faceva caldo, noi nipoti scappavamo sul lungomare. C’era, allora come oggi, lo struscio serale.
Gli anziani e la gente di mezza età restavano a casa. Una sedia di paglia a testa, si chiacchierava per strada.
Ogni tanto anche noi «più giovani» restavamo ad ascoltare. Non che approvassimo una sola parola… ma c’era un fascino particolare, in quelle sere estive nel mio paese.
Si parlava di tutto. Con sentenze che non temevano appello. «Se uno lavora con onestà, soldi non ne fa». Il mio è un popolo povero. Tra Calabria e Basilicata si sogna poco, sotto quest’aspetto. Si vive da schiavi da generazioni.
E ci si accontenta di ciò che viene. A volte si ha quasi paura di maneggiare troppi soldi. Al limite ci si inventa il classico libretto alla Posta e via.
Ma, forse, non è più così. Del resto chi si mette più a fare crocicchio davanti casa, d’estate, e parla? Ce n’è ancora qualcuno, ma nei paesi più piccoli.
Nelle nostre nuove città va di moda altro, ormai. La gente esce di sera, va nei locali, balla fino a tarda notte. Vedi 50enni chiacchierare con ragazzini appena 18enni a luglio e agosto. E poi ogni sabato d’inverno.
Sentirsi giovani è questo. Certe tradizioni vengono viste come anticaglia inutile.
Non è detto che non abbiano ragione, questi fustigatori di certe radici joniche. I tempi cambiano, mica si può restare una vita legati al passato.
Allora addio sedia di paglia. Addio crocicchi. C’era una volta un popolo che sapeva alzare gli occhi al cielo, ad agosto, e scoprire che vi esplodeva la luna. Se c’erano dei cirri luminosi, qualcuno sapeva finanche prevedere il tempo per l’indomani.
Oggi, per questioni del genere, c’è la Tv. Oppure internet. Si corre, si guarda altro. Si guarda e non si vede. Il dio-soldo uccide ogni romanticismo.
Così può anche accadere che un «esimio professionista», in una notte di queste, non creda a quanto gli sto raccontando. «Dai, mi prendi in giro».
Non stiamo disquisendo dei «massimi sistemi». No, affatto. È che stacchiamo un istante dalle logiche della solita-compagnia e lo invito a notare certe strane lucine che volteggiano tra il lungomare e la spiaggia. Gli dico di cosa si tratta e lui ride come un matto.
«Mi prendi in giro, lo so». E ne è convinto, non ha dubbi.
Sono soltanto delle lucciole, quelle «strane lucine» che annaspano verso il mio Jonio. «Lucciole, ne hai viste mai? Possibile? Lucciole…».
Di notte, nei locali, chi vuoi che parli di ‘ste cose… si è troppo impegnati a litigare su qualche griffe. A inventarsi dialetti nordici da ridere. A vantare soltanto altri territori italici «dove c’è cultura e la gente è meno pettegola di qui». La luna è lontana, in questi locali. Le lucciole sono quelle che si vendono sulla 106.
Certe cose non hanno prezzo e non si comprano. È inutile illudersi.
Di notte, in estate, la Sibaritide vi può regalare mille assurdi equivoci. Con un po’ di filosofia in tasca, anche la noia può andare a farsi benedire.
Nella scia delle mie lucciole sconosciute, cerco di dirla ‘sta cosa al mio «esimio professionista». Mi ascolta e sembra sorpreso da tanta… rivelazione. Poi taglia corto: «La bevi qualcosa?». C’è la legge della solita-compagnia da rispettare, si sa.
Il dio-soldo ha regole più semplici dei miei sogni nostalgici.
Ha però, allo stesso tempo, pure catene più maligne a cui sottostare. Costringe a voli pericolosi. Sporca. Rende a volte complici dei peggiori. Perché è deleterio avere troppi peli nello stomaco, se vuoi fare affari.
Allora tutto va bene. Il conto è salato ma il palato si abitua in fretta. Il diavolo può essere pure simpatico, se non si fa troppo caso alla sua coda e al puzzo di zolfo che si porta appresso. A chi non piace «fare la bella vita?», diamine.
Andare «per locali» di notte, d’estate, mica è una passeggiata. Le consumazioni si pagano. Come la gente.
Le regole dell’apparenza sono croci pesanti. Impongono sorrisi di circostanza e quell’aria da «Dio, come mi sto divertendo» che rende tutti simili, tutti una cosa sola.
La voglia di appartenenza aiuta ad avere meno paura della Vita vera. «L’unione fa la forza» e si urla contro il cielo ogni bestemmia possibile. Perché anche questa nostra terra povera vuole sentirsi forte.
Quanto costa il biglietto per un’illusione del genere? «Ok, lo compro».
I vecchi della mia gioventù erano migliori. Le loro estati erano il chiasso delle chiacchiere scandite dal frinire di cicale e cavallette. Li ascoltavamo e ci veniva da dormire ai crocicchi.
Quelle loro sedie di paglia non ci sono più. Qualcuno di loro adesso abita con i figli, altrove. Qualcuno è al cimitero. I nipoti stanno affittando quelle casette agli stranieri. C’è la Tv che raglia a luglio e agosto. E poi voci che non capisco, lingue che non conosco.
Costa tutto di più, ora. E resta, lo stesso, uno strano amaro in bocca. Le favole non ce le racconta più nessuno. Eppure, l’illusione regna.

(11 agosto 2009 – facebook)

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