Quel treno per Yuma

Dan è un allevatore in crisi. Ha bisogno di soldi e accetta 200 dollari per scortare un fuorilegge al carcere di Yuma. Il treno che devono prendere arriverà alle tre e dieci di pomeriggio.

Non è un’attesa semplice. La banda di Ben Wade, il fuorilegge scortato, cerca di liberare il proprio capo. La storia va avanti tra colpi di scena in attesa che il treno arrivi: la suspense monta e anche il duello emotivo tra il buono e il cattivo della storia mette i brividi.

Alla fine, i due comunque ci salgono su quel treno. Che arriva perfino in orario. E i titoli di coda disegnano il grande schermo finale. Come dire che tutti vissero felici e contenti. O quasi. Nella polvere degli zoccoli dei cavalli del vecchio West americano. E giù applausi.

Immaginatela, la scena, nei pressi di qualche stazione ferroviaria della costa jonica calabrese. Dan e Ben che aspettano mentre gli altri banditi li tengono sotto il tiro dei propri fucili. Le tre e dieci. Le quattro. Le sei. Ché tanto non arriva nessun treno. Forse una mezza corsa sostitutiva. Ma non è la stessa cosa, è un altro film.

Alla fine, i nostri due eroi se ne restano lì e speriamo che si stanchino pure i loro cecchini. Non partono più e Yuma se la possono sognare. Come noialtri ci sogniamo il doppio binario, le corse veloci per il Nord, nuovi convogli e uno straccio di dignità. Come noialtri ci sogniamo l’Italia e restiamo ultimi sempre. E fermi al palo.

E intanto si spendono fior di milioni europei per le stazioni locali. Pure se nessuno ci andrà mai a prendere un solo treno. Anche se sarà sempre più il traffico su gomma a sorridere. Euro buttati al vento, denaro che si sperpera in nome di una sicurezza e di una modernità che non faranno comunque crescere queste nostre periferie.

Già: ma perché mai?…

3 commenti su “Quel treno per Yuma”

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