Sarebbe un buon giorno per partire

Ci sta un corridoio. Finisce quasi dove comincia. Ci stanno due porte verdi, la luce di un balcone che rende solida la polvere. Ci sta il silenzio delle lenzuola appena mosse dal mattino.

Ci sta l’odore del respiro d’una notte insonne. Ci sta un comodino e un pugno di vetro umido sopra. Ci sta quello che potrebbe essere vita in altri momenti, in altri luoghi. Ci sta tutto quello che serve per non guardare fuori.

L’estate non arriva. Poco male, non amo sudare nel caos di celluliti generose. Ma così no, non si può. Le nuvole si sono piazzate sul palazzo e non se ne vanno più, manco a pagarle oro fino. Si suda lo stesso, alla fine: anche se sembra di essere in autunno. Il grigio scivola tra le auto di sotto, accarezza il prato del cortile, coglie il vento e poi sporca altri condomini. Oggi sarebbe un buon giorno per partire.

Si potrebbe salire su un treno. A costo di fare a pugni con il puzzo del sudore e della nafta. E poi via: la campagna che corre, il mare che si colora ed è già giallo di collina, il cielo che si arrende all’orologio. Via. Senza manco chiedersi in che direzione si va. Ogni posto è uguale in giorni così, basta chiudere gli occhi e riaprirli di botto: ecco, nuovi volti, e voci inconsuete, accenti che non comprendi. Via.

Ci sta il tuo profumo sul comodino. L’uso e il caldo lo consumano di giorno in giorno. Ricordi? Eri così agitata quella mattina che me lo regalasti: “Che fai, apri il pacchetto, no?”. Era il tuo pensiero per le mie mattine in cui scommettere contro ogni stanchezza. Era il tuo bacio sulla mia pelle per quando non ci saresti stata. Era un semplice pensiero, di quelli che “è meglio non cercare tante definizioni”. Era.

Ora sta lì, stanco come me, su quel comodino made in Ikea. E non parla pure lui. Aspetta i miei polpastrelli, attende di consumarsi un altro po’, immagina il cassonetto in cui finirà la sua anonima esistenza su questa terra. Mi siedo sul letto, fisso quell’angolo di camera da letto, mi sforzo ma stavolta neppure il tuo ricordo recupero dal buio della mia mente. Com’era il tuo corpo, come la tua voce? Come?

Questa è una storia di fantasia. Ci metto assieme decenni di me. E di tante “te”. Penso alle occasioni perse, alle solitudini rinnovate. Penso alle carezze che non ebbi, alle troppe che non diedi. Un po’ di sole ora sgomita tra gli alberi del cortile ed entra di botto in questa mia casa “che non è una casa”. Dovrei, potrei… la mia mano perlustra ciò che resta dei miei capelli ed è l’unica carezza che avrò oggi.

Ci sta Francesco De Gregori. “Atlantide”. Ci sta la sua lingua che ferisce come una lama. “Lui adesso vive ad Atlantide, con un cappello pieno di ricordi, ha la faccia di uno che ha capito e anche un principio di tristezza in fondo all’anima: nasconde sotto il letto barattoli di birra disperata e, a volte, ritiene di essere un eroe”. Sono note morbide, malinconiche, ma forti. Le scorgi correre già nel corridoio.

“Io la conobbi un giorno ed imparai il suo nome, ma mi portò lontano il vizio dell’amore”. La doccia è un fiume morbido, ora. Lo specchio sul lavandino una maschera appannata. Senza occhiali intravedo appena il mio viso, gli occhi tondi come quelli dei personaggi dei cartoon giapponesi, la mia “nuova” barba bianca, le rughe sulla fronte. E se partissi in auto? Senza tanti soldi, senza tante pretese. Chi sa.

Ho un paio d birre in frigo. Non sono manco così “disperate”. Stanno lì, anche loro aspettano. Con un po’ di pazienza verrà pure il loro turno. Magari sarà l’estate a stapparle e sorseggiarle per me. Pulisco lo specchio sul lavandino col palmo e mi scopro a sorridere. “E non c’è niente da capire”.

(2 giugno 2014 – facebook)

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