Santa Tecla e “certo giornalismo”

Buonofiglio? “Fa il Saviano”. Panio? Ama “un certo modo di fare giornalismo”. L’Operazione “Santa Tecla”? Gossip.

Ci sta tutto in un territorio di mafia. Anche il tentativo di annullare la realtà, nascondere i fatti. Leonardo Sciascia, che qualche politico locale è convinto trattarsi di un calciatore siciliano, ci ha lasciato una precisa eredità culturale su talune questioni meridionali. A cominciare dalla filosofia di chi respira mafioseria: se c’è un “grillo parlante” di troppo non lo si colpisce con un martello, ma con lo spregio. L’isolamento intellettuale.

La vicenda – sempre sicula – di Peppino Impastato è illuminante sotto questo aspetto. Per uccidere un nemico, le mafie usano sempre le stesse armi: non lo braccano in prima persona. Ma lo sfiduciano agli occhi della gente, lo isolano. Quando il nemico è indebolito del tutto, lo sopprimono.

Non montiamoci la testa: gli accadimenti nostrani non hanno tutto questo peso e questa importanza storica. Eppure evidenziano le stesse logiche difensive da parte di chi, fors’anche soltanto sfiorato da certi giochi di potere sociale ed economico, difende la pagnotta negando perfino l’evidenza. Gossip il “Santa Tecla”? In due faldoni l’Antimafia mette assieme oltre due mila pagine di intercettazioni, testimonianze, prove documentali. E abbiamo ancora la voglia di difendere le peggiori ombre di questo territorio.

Alla Pasolini potremmo scrivere, piuttosto, “Io so”. Ed elencare le mille malefatte di una Politica, di una Impresa, di una Società troppo avvezze a voltare sempre il viso, a non vedere, non sapere, a non denunciare. Forse è tempo di cambiare registro. L’Antimafia ci restituisce un mondo politico debole, a volte colluso: gente che paga il pizzo, che consuma cocaina, che è nota ai mammansantissima per la sua predisposizione “ad aggiustare le cose in alcuni uffici”. Ne vogliamo parlare?

Sempre l’Antimafia ci racconta di aziende che fanno affari con i picciotti. Di accordi taciti, di amicizie ben coltivate “per stare tranquilli” e magari anche passare avanti rispetto alla concorrenza. E poi di sedicenti “insospettabili” che fanno da “ambasciatori” tra il malaffare e il mondo imprenditoriale. O di professori che non hanno remore a lavorare nelle palestre dei boss come di spacciare droga nelle proprie scuole. Ne vogliamo parlare?

Altro che gossip: oltre 2000 cartelle urlano questo scenario. Ne ho messo su internet quasi 1300 e la gente sa dove scaricarsi i documenti del caso ( ex www.yousud.com) e come leggerli e che giudizio farsi. Il resto è un inutile tentativo di censurare ciò che non si può censurare.

Infine, l’aspetto personale di questo lavoro giornalistico. Ho una mezza laurea ma cosa c’entra nel riportare notizie? Impastato non ne aveva e l’hanno ucciso. Un noto giornalista locale non ne ha e sta alla “Repubblica”. I fatti sono fatti, mica ci vuole una patente nel renderli pubblici.

E di fatti ce ne sono tanti, troppi. Pure la vicenda de “L’Airone” fa parte di questa giungla di dubbi che restano tra le macerie del “Santa Tecla”. Come lo è per l’intempestiva pensata di quell’editore che già culla il suo “giornale propositivo” per cancellare il lavoro fors’anche dilettantesco, ma leale e appassionato, dei vari “Saviano” locali. Isolare, cancellare, spogliare delle prerogative… ricordate Sciascia? Appunto.

Le mafie, a tutti le latitudini, sanno come si fa a superare le peggiori tempeste. Basta conoscere i loro mezzi e anticiparli. A muso duro, con le regole del gioco e, perché no, della sintassi. Cominciando, ognuno, a firmare finanche i propri commenti. Cosa si perde a farlo, a chi si dà un… “dispiacere”? La mafia è omertà: chi si presenta come l’onesto garantista di giornata, non può armare ancora di più il malaffare con la sua maschera. Si presenti, scenda in piazza.

Perché solo così davvero la mafia, anche nostrana, saprà cosa è: cioè, una montagna di merda.

(23 agosto 2010)

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