E meno male che ci sta la… missionaria

Ah, certe… missionarie. Che termine orribile, questo: missionario. Sa troppo di elemosina, di buon cuore e di paese arretrato. Io ho amato il concetto di missionario solo quando ha avuto a che fare con una certe pratica… intima. Se poi il tutto va declinato al femminile, apriti Cielo.

Alla Signora fa schifo la Calabria. Fa schifo anche il lavoro del marito. Fa schifo la sua famiglia. E non parliamo degli amici del posto, per carità. Lei ha viaggiato, lei sa le lingue… tranquilli: quelle straniere eccetera, non altro, non malignate. Lei non è di qui, lei viene da lì dove le pietre le chiamano sassi. Alla Signora dispiace aver bruciato la propria vita tra ‘sti quattro tamarri calabresi.

Si sente una missionaria, appunto, la Signora. Ha portato i modi a modo, la Signora. Ammalia con la sua parlata sci-sci, spiega, racconta. E bacchetta i tamarri e le tamarre. Fa amicizia con tutti e porta il Verbo. Poi litiga con tutte, ma che colpa ne ha? Le tamarrone prendono fischi per fiaschi e pensano che lei, la missionaria, voglia rubare i mariti a tutte. Certo, ne avrebbe anche il motivo, considerato quel marito prensile e inoperoso che si porta appresso.

Un giorno me ne vado, lo giuro: lo ripete sempre, la nostra straniera dai modi a modo. Che ci sta fare qui, in questo mare di clan e di tamarri? Lei ha girato mezzo mondo, lei ha conosciuto i “megli”, lei ha assaporato ogni moda e ogni rivoluzione. Donna progressista è, donna evoluta. Donna, pure questa, che ha ali e ne vuole altre per volare. In alto. Lontano. Vedrai, se non scappo da ‘sto schifo: ma poi resta qui tra i tamarri.

A usarle bene, le parole ti salvano. Basta dire escort e ci sono tanti che non si accorgono manco che sei una troia con la borsetta firmata. Basta darsi l’aria di grande donna che sa tutto e che non se ne frega dei tamarri, e ci sta pure chi ci crede e trattiene il respiro. La Signora lo sa, non è cretina. E ci marcia. Andare via dalla Calabria? Ma siamo matti? Qui la missionaria mica ci ha trovato l’Africa, anzi.

Questa è la sua America, altro che. Moriva di fame e indossava un cappotto da dieci anni, sempre lo stesso. Si vendeva per nulla, mangiava sale. Ora fa la grande donna e spende e spande. E si vende solo quando vuole lei, con chi vuole lei. Ma dove cacchio vuoi che vada? Parla per alzare polveroni e non farti vedere in faccia quello che è davvero. Chiama tamarri gli altri solo per tenerseli lontani: vicino, la puzza di niente che le resta addosso sarebbe troppo fastidiosa ed evidente.

Così, da noi, le missionarie vivono. Con maschere. Con bugie. Troie ieri, grandi dame oggi. Roba che quando entrano nei bar tutti ridono alle spalle. La sai chi è quella? La femmina che si tiene… Che ci vuoi fare: noi siamo dei tamarri e sparliamo, sparliamo. Lei no, la vergine del sci-sci: è tutta un’altra cosa. Meno male. Tra le mille sfighe che sono capitate a questa terra nostra, ci mancava soltanto che fossimo come questa gente. Meglio tamarri che… alla missionaria.

E per stasera, prima di andare a nanna, quattro Ave Maria, un paio di Pater Noster e un altro letto in cui meritarsi il Paradiso americano di Calabria.

(24 marzo 2012 – facebook)

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