Il “re” tamarro di Facebook

“Sono felice di non essere un figlio di Froci“. Punto.
Benvenuti nello Zoo Social made in Calafrica. Tutto… reale. Nessun trucco, nessun inganno.

La quarta Repubblica (o è la quinta, o la sesta? Boh) registra toni così alti quando c’è da dire la propria su Facebook.
È la nuova prateria di ciò che si spaccia per libertà. E invece è soltanto una nuova cantina.
“Premetto che non sono razzista“… e giù randellate contro i neri d’ogni Patria possibile (il Sud contro gli africani, il Nord contro zingari e terroni). “Sono per il rispetto per tutti”… e poi i peggiori accenti dialettali fanno da cornice al neo machismo 2018, a cominciare dallo spregevole cilista coriglianese.
E del dibattito politico ne vogliamo parlare? C’era una volta la buona abitudine (o era soltanto una moda?) di censurare i Governi renziani. Prova oggi a dissentire rispetto alla Roma grigio-verde: “Smettetela di scassare a minchia a Salvini e Di Maio… il giorno che scendo vi vengo a cercare”.
Boutadeironia? No, ci stanno ultras politici proprio incacchiati di brutto. E ci credono: “Se apro la bocca io la vostra carriera e/o vostra vita privata sarà rovinata in poche righe”. Alla faccia del romanticismo sul Pensiero critico: il dissenso diventa un brufolo fastidioso sulla pelle delle coscienze. Estirpiamolo.
Tutti analisti. E poi ingegneri. E poi politologi. Comunque tuttologi. Tutti che sanno, postando magari una fake news o un fotomontaggio. E poi si indignano. E poi si informano sul primo link di Google. Sui ponti, sui vaccini, sul sesso degli angeli. Come se bastasse un mouse per diventare ricercatori universitari nelle discipline più disparate. Pasolini chi? Umberto Eco chi? Nobel chi? “Io, io, io, io!“.
Nella giungla delle verità assolute, e delle offese gratuite, dell’omofobia violenta e della volgarità diffusa trovano casa in tanti. Forse troppi. I virgolettati trascritti finora sono il frutto del pensiero illuminato di rispettati professionisti, sedicenti rappresentanti politici, gente cosiddetta comune. E sono tutti nostrani, rigorosamente tali.
È questa la nuova democrazia di internet? Pare proprio di si. E guai a far presente che non basta mica informarsi per dibattere di politica, scelte sanitarie o altro. Il gregge si trasforma d’un tratto in branco e ti va di lusso se ci scappa solo l’accusa di essere il solito radical chic (che noia, sempre la stessa canzone): in alcune occasioni, e perfino in pubblico, è un tam tam di offese personali o minacce.
Una fogna di urla e di improperi, isterici per lo più, in cui affoghiamo tutti, ogni nuovo clic un po’ di più. E in Periferia va pure peggio, essendo questa nostra una terra di troppi leoni da tastiera. Vince chi la spara più grossa. O chi urla più forte. È il nuovo tamarro che avanza e diventa protagonista. Peraltro popolarissimo.
Nulla d nuovo sotto il sole. In Calafrica è storia questo disprezzare la cultura del dialogo. E se chiedi un ritorno al pensiero e ai libri… “Bip, bip, bip, bip!“.

Emilio V. Panio

(20 agosto 2018)

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